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(continua King Claudius) – And now, Laertes, what’s the news with you?
You told us of some suit; what is’t, Laertes?
You cannot speak of reason to the Dane,
And loose your voice: what wouldst thou beg, Laertes,
That shall not be my offer, not thy asking?
The head is not more native to the heart,
The hand more instrumental to the mouth,
Than is the throne of Denmark to thy father.
What wouldst thou have, Laertes?

Laertes – My dread lord,
Your leave and favour to return to France;
From whence though willingly I came to Denmark,
To show my duty in your coronation,
Yet now, I must confess, that duty done,
My thoughts and wishes bend again toward France
And bow them to your gracious leave and pardon.

King Claudius – Have you your father’s leave? What says Polonius?

Lord Polonius – He hath, my lord, wrung from me my slow leave
By laboursome petition, and at last
Upon his will I seal’d my hard consent:
I do beseech you, give him leave to go.

King Claudius – Take thy fair hour, Laertes; time be thine,
And thy best graces spend it at thy will!
But now, my cousin Hamlet, and my son,–

***

Claudio ora si rivolge a Laerte. Venuto in Danimarca solamente per l’incoronazione di Claudio (si noti: non per il funerale del vecchio re), lo immagino impaziente di parlare mentre attende che Claudio finisca il suo monologo. Il re si rivolge a Laerte con fare e tono paterno (“what wouldst thou beg, Laertes, / That shall not be my offer, not thy asking?” cosa potresti chiedere, Laerte, / che non sia una mia offerta più che una tua richiesta?). Vedremo dopo il forte contrasto tra questa relazione (Claudio/Laerte) e quella del re con Amleto. Claudio (“the Dane”) afferma anche “You cannot speak of reason to the Dane, / And loose your voice”. Si noti la sottigliezza con cui qui riafferma ancora una volta la sua regalità. Non soltanto si riferisce a se stesso come “Dane”, ma si pone anche come personificazione di tutto ciò che è ragionevole e buono, perché, dice: “non puoi parlare al Danese secondo ragione / e usare la tua voce invano”. Il re, cioè, con la sua sola presenza rende ragionevole qualsiasi parola, qualsiasi discorso e, quindi, anche qualsiasi richiesta; quasi incarna la ragione. Quindi, Claudio spiega perché non può rifiutare nulla a Laerte. Stabilisce un paragone tra il rapporto esistente tra testa e cuore, mano e bocca e se stesso e Polonio, il padre di Laerte. Così come la testa serve il cuore e la mano nutre la bocca, così Claudio è in relazione con Polonio. Alcuni critici vedono in questo paragone (e nel “lawful espials” dell’Atto III, Scena I) un possibile indizio di un coinvolgimento di Polonio nell’assassinio del padre di Amleto, benché nell’intera opera non ve ne sia cenno alcuno. Infine, chiede a Laerte cosa egli voglia. Dopo il monologo sulla regalità e il linguaggio regale usato da Claudio per rivolgersi a Laerte, quest’ultimo esordisce con “My dread lord”, (Mio temuto Signore). Facile immaginare come possa sentirsi intimorito un giovane ragazzo alla presenza della famiglia reale e della corte (Lords and Attendands), quando il re gli si rivolge con tale formalità. Laerte, nondimeno, si rivolge a Claudio con altrettanta formalità e umiltà, pregandolo di volergli concedere permesso e favore per tornare in Francia, da cui era giunto unicamente per ottemperare al suo dovere verso il suo nuovo sovrano, dovere ormai compiuto. Dice “my toughts and wishes bend again toward France”, il che mi fa pensare che anche se Laerte afferma di essere andato in Danimarca volentieri (“though willingly I came”), in realtà non vedesse l’ora di andarsene. Il re chiede se Polonio ha dato il suo permesso, il che era, per così dire, procedura standard tra re e suddito.

Questa domanda, però, è interessante perché sottolinea il ruolo del padre come capofamiglia e come autorità il cui parere è vincolante. Secondo me, questa frase vuole introdurre il dialogo tra Claudio e Amleto che inizia poco dopo con “But now, my cousin Hamlet, and my son,–” (Ma ora, Amleto, congiunto e figlio mio,–). Credo che Shakespeare qui abbia voluto intendere che Claudio si aspettava obbedienza da Amleto e che abbia avuto bisogno di sottolinearlo con un parallelo con Laerte e Polonio perché Amleto aveva da poco perso il padre e perché sua madre si era risposata molto in fretta (non, invece, perché Claudio aveva assassinato suo padre, come si potrebbe erroneamente pensare: noi conosciamo l’opera e lo sappiamo, Amleto a questo punto della tragedia ancora non lo sa) e, quindi, era sicuramente tutto tranne che felice.

Ora conosciamo Polonio, uomo pomposo quant’altri mai, come si vedrà. Invece di rispondere con un “Sì, mio Signore, ha il mio permesso” fa un discorso circonvoluto di ben quattro versi. Fa presente al re che il figlio lo ha costretto a concedergli il permesso a furia di infastidirlo. Chissà, magari sperava che in virtù di questo permesso concesso a malincuore il re proibisse a Laerte di partire? Il re, tuttavia, lo concede con un curioso “Take thy fair hour, Laertes”, che vale come un “Prendi la palla al balzo, Laerte”. Strano contrasto con la formalità e la pomposità usata in precedenza col ragazzo.

Infine, Claudio si rivolge ad Amleto, chiamandolo “cugino” e “figlio”. Dato che sappiamo che Amleto è nipote di Claudio, qui “cousin” lo considero alla stregua di “congiunto/parente”. Interessante notare come Claudio identifichi fin dall’inizio Amleto come suo figlio (e, quindi, erede al trono) e tenti, così, di sostituire se stesso alla figura di suo padre (il legittimo re assassinato). Amleto è, a tutti gli effetti, il legittimo erede al trono, essendo figlio del re assassinato, mentre Claudio è un usurpatore che tenta di legittimare la sua posizione sposando la legittima regina e indicando il legittimo erede come “suo” figlio. Claudio non è re per successione o per meriti; lo è perché sposa la regina vedova e ne adotta (almeno a parole) il legittimo erede.

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